Non basta lo scostamento dal valore normale per contestare le operazioni infragruppo

La Corte di Cassazione esclude la configurabilità del c.d. transfer pricing interno

Con sentenza n. 16948 depositata ieri, la Cassazione torna a pronunciarsi sul tema della configurabilità dell’istituto del c.d. transfer pricing interno, nonché sulla rilevanza, nell’ambito delle transazioni infragruppo interne, della nozione di “valore normale”, affermando, in sintesi, che:
– le transazioni infragruppo interne non sono soggette alla valutazione del valore normale ex art. 9 del TUIR, né un’eventuale alterazione rispetto al prezzo di mercato può, di per sé, fondare una valutazione di elusività dell’operazione;
– lo scostamento dal valore normale del prezzo di transazione può assumere rilievo, anche per le operazioni infragruppo interne, quale elemento indiziario ai fini della valutazione di antieconomicità delle operazioni.

Il caso di specie riguardava la cessione infragruppo di energia elettrica tra società aventi sede in Italia, ad un prezzo al di sotto di quelli praticati a soggetti terzi. Tale operazione era stata oggetto di accertamento ex art. 39 comma 1 lett. d) del DPR 600/73 da parte dell’Agenzia delle Entrate, la quale aveva rideterminato il reddito della società cedente, contestando la natura antieconomica dell’operazione, produttiva di una perdita commerciale.

La società impugnava l’avviso di accertamento, deducendo che la transazione rispondeva a logiche imprenditoriali del gruppo. A fronte della pronuncia favorevole al contribuente da parte dei giudici di merito, di primo e di secondo grado, l’Agenzia delle Entrate ricorreva per Cassazione, lamentando che la transazione, attuata ad un valore distante dal valore normale di cui all’art. 9 del TUIR, risultasse riconducibile al c.d. transfer pricing domestico.

Nel ritenere tale motivo di ricorso infondato, la Cassazione richiama i precedenti giurisprudenziali in favore della configurabilità del c.d. transfer pricing interno e del conseguente utilizzo del parametro del valore normale di cui all’art. 9 del TUIR (cfr. Cass. 17955/201313475/2014 e 12844/2015), evidenziando, però, che, a fronte di tale affermazione di principio, le vicende concrete erano, in alcuni casi, riconducibili ad una condotta potenzialmente elusiva (determinando la cessione un’ingiustificata alterazione del regime impositivo dovuta ad agevolazioni spettanti ad una delle società) e, in altri casi, suscettibili di sindacato di congruità.

Si richiama altresì la pronuncia n. 23551/2012 con cui gli stessi giudici di legittimità hanno, invece, escluso l’utilizzabilità del criterio del valore normale ai fini della determinazione dei prezzi da praticare in cessioni infragruppo effettuate sul territorio nazionale.

Ciò premesso, con la pronuncia in esame, si afferma che la discrepanza rispetto al valore normale non può fondare una valutazione di elusività della transazione nel caso di operazioni infragruppo tra società residenti ma potrebbe, in via astratta, legittimare una contestazione dell’operazione in sé, in quanto lesiva del principio di libera concorrenza.

La stessa Cassazione rileva come manchi, tuttavia, un appiglio normativo in tal senso, posto che, con norma di interpretazione autentica, l’art. 5 comma 2 del DLgs. 147/2015 ha definitivamente chiarito che la disciplina in tema di prezzi di trasferimento di cui all’art. 110 comma 7 del TUIR non si applica alle operazioni che intercorrono tra imprese residenti o localizzate nel territorio dello Stato. Inoltre, sottolinea la Cassazione, il valore normale è una regola particolare che deroga a quella generale del corrispettivo pattuito solo ove espressamente richiamata.

Esclusa, pertanto, l’applicabilità del principio di cui all’art. 9 del TUIR, si deve ritenere che la stessa nozione di transfer princing domestico sia estranea al nostro ordinamento. In questa diversa prospettiva, l’adeguatezza del prezzo può integrare un elemento aggiuntivo, di eventuale conferma, della fattispecie di elusione.

Per quanto concerne poi l’incidenza del valore normale sulla valutazione di antieconomicità, la Cassazione evidenzia che lo scostamento da tale valore assumerebbe rilievo quale parametro meramente indiziario; l’operazione che si pone fuori dai prezzi di mercato costituisce una possibile anomalia, tale da poter giustificare, in assenza di elementi contrari, l’accertamento, con conseguente onere in capo al contribuente di dimostrare che essa non sussiste.

In tale contesto, le operazioni imprenditoriali di maggiori complessità o inserite in una più ampia strategia aziendale possono comportare il compimento di atti non onerosi, la cui eventuale contestazione da parte dell’Ufficio non può tradursi in una mera “non condivisibilità della scelta” in quanto lontana dai canoni di normalità del mercato ma deve essere basata su elementi oggettivi volti ad affermarne l’inattendibilità.

Al riguardo, si afferma che la sola divergenza dal valore normale della transazione, nel caso di specie, non può fondare il carattere antieconomico della cessione effettuata applicando un margine pressappoco simbolico, ove la stessa si collochi all’interno di una strategia economica diretta a raggiungere un risultato nell’interesse di tutte le società del gruppo.

Fonte: Eutekne.info

Autore: Luisa CORSO

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